Lui ha sfidato la scuola. Io sfidavo la dignità con i miei 5 e mezzo

Ho letto una notizia. Non una di quelle di risonanza mondiale, una notiziola locale che però, per la prima volta, mi dà la possibilità di creare un pensiero tutto mio.

Dato che, come già scritto in un altro articolo, sono molto influenzabile e non riesco mai a prendere una posizione chiara, voglio fare un esperimento: dare la mia opinione senza aver letto commenti o giudizi altrui. Vediamo cosa ne esce.

La notizia è questa:
Un ragazzo di 19 anni si è rifiutato di sostenere l’orale della maturità. Il suo è stato un gesto di protesta contro un sistema scolastico che, a suo dire, non riflette le reali capacità degli studenti e per rivendicare la propria autonomia.

Partiamo da un punto: il sistema scolastico italiano è vetusto e andrebbe ribaltato come un calzino. Su questo, penso, siamo tutti d’accordo.

I voti ci sono sempre stati. Nella mia classe c’erano quelli che, se non prendevano 8 o 9, piangevano perché la mamma li sgridava, e poi c’erano quelli come me che festeggiavano per una settimana con caviale e champagne per un 6 (ok, anche per un 5 e mezzo, in realtà).

Ricordo che alle medie ci dividevano in tre gruppi, giusto per rimarcare le disparità.
Il primo gruppo, che io chiamavo l’élite, era formato da quelli bravi, quelli che facevano approfondimenti (non ho mai saputo davvero cosa facessero, io lì non ci sono mai arrivata, c’erano però tutte le mie amiche).
Poi c’era il gruppo “di mezzo”, dove finivano quelli come me: né troppo bravi, né del tutto persi, quindi alla fine tutto torna, anche allora non riuscivo a prendere una posizione netta.
E infine il gruppo “scacciacani”: i somari, i prossimi alla galera, quelli “de coccio”.

E ai miei tempi, dio, che frase da boomer, non è che mancassero la competizione o le pressioni da parte di famiglie e insegnanti. Solo che noi, da bravi adolescenti, ce ne fregavamo. Io avevo una paura fottuta quando mia madre andava ai colloqui con gli inseganti, ma continuavo comunque a non studiare. Mi prendevo il cazziatone e andavo avanti per la mia strada.

Tornando alla notizia: come al solito, sono combattuta.
Da una parte penso che il ragazzo abbia fatto bene. Ha preso una decisione e l’ha portata avanti. Certo, non rischiava nulla: con i crediti dell’anno e i voti degli scritti era già promosso. E poi, a quanto pare, ha comunque risposto ad alcune domande… quindi si è comunque “sottomesso” un po’ a quel sistema che tanto criticava. Però dai: se penso alla me 19enne… lasciamo perdere. Lui, almeno, qualcosa l’ha fatto.

Dall’altra parte, però, c’è una vocina che mi dice: “Lo avrebbe fatto anche se non ci fossero stati i social?”.
Non è che questo gesto, in fondo senza rischi, sia stato più una messinscena?
Ma forse sono io, sapete che sono una vecchiaccia malfidente.

In un’intervista lui dice: “In classe c’è molta competizione. Ho visto compagni diventare cattivi per un voto”, e sottolinea le pressioni di professori e famiglie.

E io non posso non pensare: benvenuto nel mondo, figliolo.
La vita è competizione. Sta a te scegliere quali competizioni vuoi affrontare. Una volta scelto, ci sarà sempre chi farà pressioni, chi cercherà di superarti anche a costo di sacrifici enormi. E spesso, chi valuterà il tuo operato, non sarà giusto, perché è umano. E gli esseri umani sono fallibili.

Forse crescere è proprio questo: capire in quali gare vale la pena correre, e in quali no. E accettare che, anche quando dai il massimo, qualcuno potrà comunque giudicarti male.

In conclusione, e come al solito, non so se il ragazzo abbia fatto bene o no.
So solo che, a 19 anni, se hai il coraggio di dire a una commissione: “Signori, grazie di tutto, ma io questo colloquio non lo voglio sostenere”, per me hai già vinto.

Avrei voluto farlo anch’io. Ma a me, quel cazzo di voto dell’orale, serviva per farmi finalmente sbattere fuori.

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